Pedagogia…conferenze

pedagogia e ontopsicologia

Ontopsicologia: è psicologia?

Pubblicato da mare01 su agosto 13, 2011

La legge n. 56 del 18.2.1989 ha dato una prima definizione e regolamentazione della professione di Psicologo. All’Art. 1 viene definita la “professione di psicologo” e non guru o paraguru: “La professione di Psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi, sociali e alle comunità e non agli adepti. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.” Per come oggi è visto e considerato dalle istituzioni universitarie, lo psicologo è un impiegato che possiede alcune tecniche per omologare “il disadattato” al comportamento e cognitività della pubblica considerazione o stereotipi sociali del luogo.
In Ontopsicologia, lo psicologo è inteso nel senso originario di questa professione, cioè rifacendosi a come la psicologia era alle sue origini. Il professionista in psicologia è l’esperto delle logiche o processi mentali della psiche in senso globale (mente e istinto nell’individuazione della persona); è il competente delle fenomenologie superiori e inferiori dell’atto psichico (logica maior e logica minor della grande filosofia Scolastica e non occulto); è il competente di quella psicologia epistemica che tanto cercava E. Husserl.
Una sintesi sulle differenze di intendimento su questa figura professionale sono riportate sul sito dell’Associazione Internazionale di Ontopsicologia di Antonio Meneghetti.

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Antonio Meneghetti e la Psicoterapia…quando ancora non esisteva

Pubblicato da mare01 su giugno 1, 2011

Il 15 novembre 1972 viene inaugurato il primo Centro di Terapia Ontopsicologica, a Roma, in Via Marco Polo 104. Vi era organizzato un corso biennale di psicoterapia ontopsicologica, aperto a laureati e laureandi, teso a formare negli interessati la specializzazione di ontoterapeuti, con immediato inserimento nel lavoro della consultazione psicoterapeutica.

Siamo in anni in cui la psicologia è una appendice degli ambiti medici e psichiatrici e la “Psicoterapia” una “parola” sconosciuta anche ai più alti dicasteri pubblici e ministeriali.

Parlare di formazione in Psicoterapia a quei tempi è inimmaginabile. Solo nel 1989 verrà istituito l’albo degli psicologi e ancora oggi si fa fatica a regolamentare gli psicoterapeuti. Fino al 1971 non esisteva nelle università italiane la facoltà di psicologia. Iniziò Roma in quell’anno e i primi laureati in psicologia uscirono nel 1975-76.

Si iniziava ad approcciare la psicologia mentre la psicoterapia di fatto non esisteva.

Nel 1980 Antonio Meneghetti scrive un articolo (pubblicato dall’allora Ontopsicologica Editrice) intitolato “La psicoterapia secondo l’intendimento ontopsicologico” in cui specifica l’oggetto, il metodo, lo strumento, il criterio e il fine della “psicoterapia”, dando ad essa ambito di intervento e dignità scientifica.

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Pedagogia all’Università Statale di San Pietroburgo

Pubblicato da mare01 su febbraio 20, 2011

La pedagogia è stata oggetto di approfondimento nel seminario tenuto all’Università Statale di San Pietroburgo, di cui si riporta la notizia http://www.ontopsicologia.org/index.php/news/1-ultime-notizie-ontopsicologia/71-la-pedagogia-ontopsicologica-dalla-diade-alla-nascita-dellio

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La gioventù “sfasata”

Pubblicato da mare01 su ottobre 6, 2010

un fatto evidente per tutti che i giovani che vivono la nostra attualità e che saranno i leaders e gli operatori sociali di domani – che scriveranno la storia futura dell’umanità – sono immersi in e si nutrono di una nuova Bibbia: internet, network, web, etc. Vengono chiamati nativi digitali, per sottolineare il fatto che si tratta di giovani e di giovanissimi che sono nati e cresciuti nell’ambiente “digitale”, ossia in un ambiente in cui internet, videogiochi, cellulari e social network sono ormai parte integrante ed ineliminabile della vita quotidiana (almeno nei Paesi occidentali ad alta alfabetizzazione informatica). Questi giovani di tutto il mondo, che condividono uno stesso linguaggio cibernetico-computeristico-internettiano, molto spesso, si credono vincenti e vitali
perché si sentono sempre in corsa e sempre aggiornati, ma di fatto nei talk-show ci si chiede sempre più spesso se l’essere nativi digitali costituisca un valore aggiunto o piuttosto un handicap e nei convegni scientifici si discute con preoccupazione sulle possibili implicazioni sociologiche di questa caratterizzazione delle nuove generazioni. Secondo Antonio Meneghetti, in ogni caso, il primo
esame critico che un giovane – qualunque giovane – dovrebbe sempre fare è verificare se è in fase con se stesso, se è in contatto unitario e totale con la propria individuazione, se è in sincrono con la propria informazione base che scrive tutto il resto (In Sé ontico), perché il rischio che si corre nel vivere in un universo fittizio – che sia la droga, l’immagine o internet – è quello di essere “sfasati”, di perdere la connessione con il mondo reale e con gli istinti primari del proprio essere anche corpo, di rimanere tagliati fuori dalla propria base naturistica. Se un individuo è in conformità con la propria informazione base, cioè è “fasato” (in fase), allora vive bene, è felice e le cose vanno nel modo in cui gli piacciono; se invece è fuori contatto dalla propria informazione base, sta male, i
conti non tornano, cadono tutte le virtù e ne resta in piedi solo una, la speranza, cioè la sicurezza che tutto andrà bene.

Citazione da A. Meneghetti, Dall’Umanesimo storico all’Umanesimo perenne, Psicologica Editrice,
Roma 2010, p. 24

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L’aggressività sencondaria

Pubblicato da mare01 su luglio 14, 2010

Antonio Meneghetti evidenzia che, sotto il profilo psicologico, sono individuabili due forme di aggressività. La prima forma di aggressività è funzionale all’individuo – ne consente l’evoluzione – e non è lesione arbitraria degli altri o sopraffazione, perché consiste nell’autodifesa come risposta al proprio istinto naturale di autoconservazione in presenza di un pericolo o attacco esterno. La seconda forma di aggressività è disfunzionale sia all’individuo che alla società, perché consiste nella tendenza a distruggere l’altro o se stesso allo scopo di trovare compensazione ad una
personale frustrazione. Quest’ultima forma di aggressività, secondo l’autore, non necessariamente si traduce in azioni manifestamente violente o distruttive, ma può estrinsecarsi anche in dinamiche silenziose ed impalpabili (anche chi tace può aggredire e anche un disegno o una scultura può contenere un’intensa carica aggressiva). In ogni caso, indipendentemente dalle sue modalità di manifestazione, nella prospettiva ontopsicologica, l’aggressività distruttiva nasce sempre come risposta compensativa alla frustrazione propria o altrui, all’incapacità del soggetto o dell’ambiente di vita del soggetto di attivarsi per soddisfare i propri obiettivi primari. Da ciò consegue che, per
prevenire qualsiasi forma di aggressività distruttiva fine a se stessa – individuale, sociale, esterna, interna o simbolica – è sufficiente prevenire la frustrazione.

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Il disturbo di panico

Pubblicato da mare01 su giugno 8, 2010

Oggi si sente parlare spesso del disturbo di panico, perché, come testimoniato dai mass-media, sempre più persone ne sono colpite, con la conseguenza di vedere profondamente limitata la propria vita professionale e di relazione. Per questa ragione, proliferano sempre più centri di psicoterapia specializzati nella cura di tale disturbo, ciascuno dei quali propone un diverso approccio alla problematica (di tipo cognitivo, comportamentale, psicodinamico, etc.), e, comunque, in molti casi è necessario fare ricorso al trattamento farmacologico. Anche la scuola ontopsicologica propone un suo specifico e peculiare approccio al disturbo di panico. Secondo tale scienza, alla base di ogni disturbo d’ansia o fobia, c’è sempre un’esperienza infantile inadeguata che ha fornito la modalità della paura, una paura che viene inconsapevolmente utilizzata dal soggetto per fronteggiare situazioni critiche, ossia situazioni rispetto alle quali si sente inadeguato ed incapace e dalle quali, quindi, in modo infantile e deresponsabilizzante, fugge per salvare la propria presunta superiorità. Per questa ragione, per risolvere la problematica, l’intervento di tipo ontopsicologico mira a centrare l’In Sé ontico del soggetto in situazione storica, cosicché egli, rapportando la propria vita alle indicazioni funzionali del proprio In Sé ontico, si possa liberare di tutte quelle immagini e memorie che funzionano da starter del comportamento di paura e di fuga.

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In Sé ontico

Pubblicato da mare01 su aprile 30, 2010

L’In Sé ontico indica la forma di “come” esistere. Tutte le azioni della vita che confermano quel “come” producono lo sviluppo sano dell’individuo, ciò che ne è difforme produce patologia.
La sparizione del sintomo si ha ogni qualvolta vengono seguite le indicazioni di questo principio (l’In Sé ontico appunto). Dopo una lunga sperimentazione su centinaia di casi, il Prof. Meneghetti ha codificato il metodo mettendolo a disposizione di altri studiosi secondo il principio galileiano della “osservabilità e ripetibilità”, che non vanno tout court identificati con l’oggettività, propria delle scienze naturali e non utlizzabili nel caso dell’uomo (ente eminentemente soggettivo) le cui manifestazioni visibili non sono assolutamente comprensibili limitandosi a quanto registrato dai “sensi esterni”.

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Cina e Perù al XIII Congresso Internazionale di Ontopsicologia

Pubblicato da mare01 su marzo 25, 2010

Nel corso del XIII Congresso Internazionale di Ontopsicologia (Salone delle Fontane, Roma – Eur, 4-8/8/1991), il prof. Xing Chu Zeng, presidente dell’Associazione Psicologica di Shangai (Repubblica Popolare Cinese) ha affermato che il congresso “è stata una buona opportunità per capire le differenze tra Est e Ovest e migliorare le relazioni tra le due culture. Il prof. Meneghetti è una mente aperta e dell’Ontopsicologia apprezzo il fine dell’autorealizzazione dell’uomo”. Il prof. Hugo Bellido Moscoso, direttore della Scuola per post-graduati in psicologia dell’università di San Martin de Porres (Lima, Perù) ha invece sottolineato che “per la prima volta in America Latina l’Ontopsicologia non è insegnata fuori ma all’interno dell’università (…) nel mio paese c’era una cultura della psicologia basata sulle teorie comportamentistiche e skinneriane, in cui l’uomo veniva analizzato all’esterno e lo psicologo si riduceva ad un meccanico che utilizzava test. L’Ontopsicologia invece propone una cultura che analizza tutto quanto è l’uomo, la sua esistenza totale. Solo usando tutto questo si fa l’uomo libero dentro”.

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L’intuizione

Pubblicato da mare01 su febbraio 23, 2010

L’intuizione è la visione che formalizza il progetto di connessione al risultato  voluto, quindi la visione è un momento operativo, mentre l’articolazione o programmazione dell’evento è consequenziale prassi razionale nel compromesso storico del fine già saputo e deciso.

Antonio Meneghetti

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Monitor di deflessione

Pubblicato da mare01 su gennaio 21, 2010

Il monitor di deflessione è un programma accumulato all’interno delle cellule cerebrali che agisce con interferenza speculare anticipando e deflettendo la percezione egocettiva sulla base di una immagine dominante impressa durante il momento di apprendimento della vita: l’infanzia. Successivamente, il monitor rinnova continuamente queste immagini, attraversi i sogni, gli stereotipi, le istituzioni, la cultura selezionata.

approfondimenti su www.ontopsicologia.org

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